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(quasi) Duemila passi nell’esquilino

Blog dai volontari MCL

(quasi) Duemila passi nell’esquilino

07/10/2025

(quasi) Duemila passi nell’esquilino

Il rione Esquilino è uno di quei paesaggi urbani la cui storia può mostrare uno spaccato significativo delle evoluzioni intercorse a Roma – sul piano culturale, politico e religioso – le cui tracce architettoniche visibili affondano le proprie radici fin dall’età romana, per risalire ai giorni nostri con le massicce opere di ammodernamento volute dal regno d’Italia nel corso della seconda metà dell’Ottocento e del primo Novecento.
Se ci poniamo all’ascolto, è possibile udire echi dal passato che continuano a rifrangersi tra i monumenti e le strade, quasi fossero un richiamo a voltarsi, ad osservare quanto accaduto durante il soffio dei venti della storia. Incuriositi, possiamo pensare di incamminarci in questi giorni del passato, accorgendoci che il piede può inciampare sulle grandi pietre che vanno a comporre una memoria di cosa sia stato un tempo un luogo, e quali avvenimenti siano riusciti a dare una veste tale da sopravvivere al cambiamento, sia della stessa materia di cui è composta la città che delle idee che per lunghi secoli hanno circolato e manifestato la loro presenza.
Dunque, senza indugiare oltre, partire.
Delle maestose vestigia imperiali, non dobbiamo lasciarci ingannare da ciò che oggi resta incastonato tra i palazzi moderni, nelle piazze o nei giardini, quasi fossero un palpito proveniente da decadenti quadri romantici. L’immaginazione si sforza per tentare di visualizzare come potessero essere un tempo, ma una risposta può provenire andando oltre le trame architettoniche e decorative delle facciate delle chiese ristrutturate nel corso della stagione del barocco romano (Seicento e primo Settecento). Queste hanno una caratteristica illusoria, ossia di nascondere le antiche fondazioni tardo-imperiali. Sono edifici in realtà ancora intessuti di una stratificazione che spesso non conosciamo, e che aumentano il fascino di questi luoghi che continuiamo frequentare da secoli. La storia in questo modo può essere intesa non come successione di fasi determinate, ma come flusso che incorpora, struttura e trasforma, restituendo un senso del presente più vitale e in continuità con il passato. Ne sono un esempio le basiliche di Santa Maria Maggiore e di Santa Croce in Gerusalemme, edificate entrambe a partire dal IV-V secolo d.C., e fin dal principio cardine del radicamento religioso e politico della Chiesa Romana in questa zona. Voluta da papa Sisto III (il cui pontificato va dal 432 al 440 d.C.), Santa Maria Maggiore è importante in quanto è stata la prima grande commissione papale per un edificio chiesastico, andando così a denotare come il potere del pontefice stesse andando nella direzione di una progressiva affermazione sia in quanto guida spirituale che in quanto “patrizio” in grado di influenzare il paesaggio urbano dell’Urbe. Infatti, in questo contesto i luoghi di culto erano commissionati o dalla famiglia imperiale (almeno fino al V secolo), come nei casi di Santa Croce in Gerusalemme o di San Pietro in Vaticano, le quali furono costruite per volere della famiglia di Costantino; o da personalità pubbliche che ricoprivano importanti cariche politiche, civili o militari, che per acquisire un nuovo status o per manifestare la propria fede, investivano nella costruzione di questi edifici dalle inedite funzioni. Un mondo che sta mutando rapidamente, dunque, e che annovera adesso un tipo di contesto urbano destinato ad influenzare la società civile e religiosa a Roma fino alla prima metà del XX secolo, con il papato e le famiglie patrizie a spartirsi, contendersi il potere in città.
Lo sguardo adesso può allargarsi su paesaggi che mutano, restringendosi piano piano su modelli concreti che restituiscono quanto il pensiero dei contemporanei abbia inciso sugli stili e l’estetica degli edifici monumentali. Come già detto, l’Esquilino diviene riflesso di questo lungo percorso storico, e manifesto di grandi epoche di trasformazioni, come l’impianto voluto da papa Sisto V (1585– 1590) per il rione, reso possibile tramite un esteso rinnovamento sia monumentale che urbanistico secondo idee tardo rinascimentali razionali e proporzionali. Durante l’epoca medievale (della quale rimane ben poco dopo gli interventi accorsi in epoca moderna e contemporanea) era divenuta un’area liminale della vita cittadina, caratterizzata da un parziale stato di abbandono o da porzioni di terreno adibite alla coltivazione. Una possibile contraddizione con l’importanza istituzionale riservata a Santa Maria Maggiore e di San Giovanni in Laterano, le quali non subiranno mai una variazione di status al ribasso nel corso dei secoli. Anzi, il piano sistino consisteva anche di assegnare a Santa Maria Maggiore un ruolo ancora più centrale, con la basilica fulcro di un’ideale stella formata da cinque vie dirette rispettivamente verso Trinità dei Monti, la Colonna Traiana, San Giovanni in Laterano, Santa Croce in Gerusalemme e San Lorenzo fuori le Mura, in modo tale da facilitare gli spostamenti e i collegamenti tra le aree più importanti della città. Non soltanto una scelta di gestione urbanistica, ma un piano che si inserisce nel più ampio spazio di rinnovamento concepito dal contesto della controriforma della chiesa cattolica romana, caratterizzata dalla generale riorganizzazione delle istituzioni ecclesiastiche e da una stretta sulle questioni della moralità pubblica. Dunque la questione architettonica mostra con forza come possa essere l’indirizzo di riforme politiche e trasformazioni sociali, una cristallizzazione estetica del mutamento, e che diviene la misura plastica di una realtà nuova.
Muovendoci da questa stagione architettonica, il passo per osservare un’ulteriore trasformazione estetica è breve, e la incontriamo nel periodo stilistico immediatamente successivo, tra i più riconoscibili ed iconici a Roma: il Barocco. Il papato continua ad affermare il proprio potere, e lo fa con la magnificenza di una nuova architettura, totalizzante nella ricchezza del dinamismo che affiora dal Seicento. Quanto colpisce sono le forme sinuose, situate là dove la staticità ha ceduto il passo al movimento, e ad una relativa nuova posizione dell’uomo rispetto all’universo. Non più centrato come l’uomo vitruviano leonardesco, ma propenso verso una prospettiva che anela alla sublimità esercitata dall’osservare l’infinito universale. Si è immersi in una prospettiva in espansione, la quale porta ad una progressiva sensazione di perdere la tangibilità delle forme nella funzione architettonica, con le parti mobili delle forme ridotte in un flusso di linee che unificano la visione, e la catturano. Le facciate classiche delle chiese si mettono in movimento, e agli elementi rinascimentali di ordine classico si aggiungono evoluzioni convesse, ovali, che sboccano nell’indefinito. L’immaginazione corre, e noi con lei.
Scivolando tra le forme del barocco, possiamo osservare il paesaggio cambiare repentinamente. Arriva veloce l’Ottocento, da considerarsi un secolo denso, dal quale si dipanano molteplici rette estetiche e politiche. Se da una parte possiamo assistere a fenomeni dove viene riportato in auge il medioevo nel campo architettonico neogotico (vera e propria moda stilistica che ha portato al pastiche cristallizzato in edifici come la Chiesa di Sant'Alfonso Maria de’ Liguori), dall’altra assistiamo al progetto politico, architettonico e urbanistico dell’Italia immediatamente successiva all’unificazione compiuta con la presa di Roma ad opera dei Savoia nel 1870.
Il corso della storia crea fatica. I passi si fanno molli, e le gambe adesso non bastano più a sorreggere nuovi decenni, densi e più vicini al nostro presente. Subentra il bisogno di riposarsi all’ombra degli alberi di piazza Vittorio. Ma il cammino lungo l’Esquilino non finisce di certo qua.

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