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MCL, Articoli e comunicati

Rappresentanza ed europopolarismo: per una scelta di libertà

24/05/2017

Rappresentanza ed europopolarismo: per una scelta di libertà

In anteprima l'editoriale del presidente Costalli sul prossimo numero di Traguardi Sociali

La recente vicenda referendaria, e il suo esito finale, hanno improvvisamente rivelato che gira fra noi, nel nostro Paese, una grande voglia di partecipazione politica. Basti ricordare l’alta percentuale dei votanti e, soprattutto, l’implicita richiesta di attenzione da parte di alcuni mondi (quello giovanile come quello meridionale), che si sentono fuori dalla dialettica sociopolitica e dai conseguenti meccanismi decisionali.


Ma ora che il referendum è alle spalle, dove si può incanalare tale grande tensione partecipativa per non ricadere nella banale ma rancorosa quotidianità? Gioverà ricordare in proposito che la partecipazione sociopolitica non si fa con le emozioni elettorali una tantum, ma con un costante impegno di rappresentanza degli interessi collettivi all’interno del confronto politico e decisionale. Ma giova anche riscontrare che in materia bisogna superare una crisi seria, visto che i diversi soggetti di rappresentanza hanno di recente subito un deciso processo di disintermediazione (in nome e per conto del rilancio del primato della politica elitaria e decisionista) rispetto al quale essi non hanno “tenuto botta”, restando silenti o addirittura schierati nelle crescenti spinte al decisionismo.


Bisognerà probabilmente ripartire da zero sia per la rappresentanza politica sia e soprattutto per le varie sedi della rappresentanza sociale (quelle a cui dobbiamo di più fare riferimento), che devono essere le prime a muoversi, andando a capire quali nuovi interessi stiano maturando nella società, quali vecchie identità collettive possano prendersi carico di tali interessi, quale nuova logica di azione collettiva possa e debba occupare lo spazio oggi vuoto della mediazione. È un percorso obbligato se si vuole fare rappresentanza complessa e, quindi, nuova partecipazione sui temi oggi di maggiore peso. È un percorso che è certamente obbligatorio per tutti i problemi oggi sul tappeto: dai giovani all’immigrazione, dalle politiche del lavoro al sostegno per le imprese operanti nella competizione internazionale.


Occorre, in altre parole, un lavoro di rappresentanza impegnativo e faticoso: di ascolto, di interpretazione, di coagulo in precise domande politiche, di confronto con le sedi di potere, di ricerca, di condivisione per le scelte di lungo periodo, fuori dalle suggestioni di eventi impressivi ma evanescenti: che non hanno radici e vanno verso il monopensiero.


Ma chi può gestire una tale complessa rappresentanza, andando oltre la disintermediazione degli ultimi anni - predicata a lungo da Renzi e adesso rivendicata da Grillo - e il conseguente vuoto di dialettica sociale e politica?

Credo che si debba far conto su due “obblighi” speciali: stare da un lato sul territorio e, dall’altro, applicarsi a interpretare interessi veri, concreti, reali, per mobilitare tanti e diversi soggetti sociali e politici. Non sembra utile in questa luce ragionare su grandi centrali di rappresentanza; meglio restare sul concreto degli interessi in gioco, che sono mirati e territoriali.


Il problema semmai è come renderli “elettoralmente efficaci”. Ma questa è un’altra storia: una storia alla quale siamo comunque interessati. Noi cerchiamo costantemente di individuare strade, proposte, progetti.


Prendiamo coraggio: dobbiamo farci propugnatori - in questa Italia troppo spesso vittima proprio dell’assenza di ideali e prospettive della sua classe dirigente (non solo politica) - di un rinvigorito europopolarismo. Una declinazione popolare con tutto ciò che questo significa e implica dell’ideale europeo. In questo senso, conserva una grande attualità il passaggio dell’appello sturziano in cui si dichiara essere “imprescindibile dovere di sane democrazie e di governi popolari trovare il reale equilibrio dei diritti nazionali con i supremi interessi internazionali e le perenni ragioni del pacifico progresso della società”.


Come già 60 anni fa riconobbero Alcide De Gasperi e Konrad Adenauer - alla luce della catastrofe di due guerre mondiali – in Europa non esiste alternativa alla cooperazione, così oggi ci appare ancor più necessaria una cooperazione maggiore per affrontare la crisi e la rapidità della globalizzazione. 


In quest’epoca di crisi in cui “l’economia uccide” (con il denaro che “comanda invece che servire”) e in cui il relativismo si fa totalitario operando “colonizzazioni culturali”, richiamiamo il valore assoluto della persona e i non negoziabili principi della promozione e difesa della vita, della famiglia e della libertà educativa. “Principi insiti nella natura umana, pertanto comuni a tutta l’umanità” (Benedetto XVI - Discorso ai partecipanti al Convegno del Partito Popolare Europeo, 30 marzo 2006).


Le radici e le tradizioni dell’Europa sono, in quest’ottica, autentica riserva di democrazia che unisce le generazioni e le fa popolo. Argine all’imporsi di élite antipopolari e a populismi qualunquisti cui non può essere consegnato il governo nazionale ed europeo. Un argine che ben resiste ancora in Germania, Spagna e, in forma più “articolata”, anche in Francia. Proviamo a mettere dei paletti.


Un nuovo popolarismo, fondato su una chiara visione antropologica e sociale, radicato nelle esperienze di civismo diffuso e nella creativa sussidiarietà capillarmente applicata, non può essere sterilmente moderato e centrista. Pur auspicando un sistema elettorale maggiormente proporzionale, non teme di scegliere una parte. La parte della gente e dei suoi bisogni, contro lo svuotamento tecnocratico delle istituzioni e la vuota rabbia populista. Si pone in alternativa anche a ogni riduzione leaderistica del confronto politico e alle forze meramente populiste o a conservatrice difesa dei privilegi.

 

Carlo Costalli

Presidente Movimento Cristiano Lavoratori

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