Avete mai sentito parlare della "Great Resignation", le grandi dimissioni? È quel fenomeno per cui, soprattutto dopo la pandemia, tantissime persone – specialmente giovani – hanno deciso di lasciare il loro posto fisso. Non perché non avessero bisogno di soldi, ma perché sentivano che quel lavoro "toglieva" loro la vita invece di riempirla.
È un segnale forte. Ci dice che il lavoro non può essere solo una questione di busta paga a fine mese. Certo, lo stipendio è fondamentale per vivere, per costruire una famiglia, per essere autonomi. Ma l'essere umano ha una "fame" diversa, che il denaro da solo non sazia: la fame di senso.
Nella nostra "Officina dello Spirito", oggi vogliamo provare a smontare e rimontare due parole che spesso confondiamo: Impiego e Vocazione.
L'impiego è quello che fai dalle 9 alle 18. È la serie di mansioni, il contratto, la fatica.
La vocazione (dal latino vocare, chiamare) è la risposta a una domanda: "Per chi lo faccio? E perché proprio io?".
Spesso pensiamo che la vocazione sia una cosa riservata a preti, suore o forse a medici e artisti. Pensiamo che chi fa un lavoro "normale" – l'impiegato, il magazziniere, l'autista, l'addetto alle pulizie – abbia solo un impiego.
Niente di più sbagliato.
La vocazione non dipende da cosa fai, ma da come lo fai.
C'è una vecchia storia che ci piace molto. Un viandante incontra tre spaccapietre che lavorano sotto il sole cocente.
Chiede al primo: "Cosa stai facendo?". Quello risponde sbuffando: "Non vedi? Spacco pietre per guadagnarmi il pane". È un impiego.
Chiede al secondo: "Cosa stai facendo?". E lui: "Sto lavorando al meglio questo blocco di marmo perché sia perfetto". È professionalità.
Chiede al terzo: "Cosa stai facendo?". Lui alza gli occhi, sorride e dice: "Sto costruendo una cattedrale". Questa è vocazione.
Il terzo spaccapietre operava la stessa identica fatica degli altri, ma il suo cuore era altrove. Vedeva il fine ultimo del suo lavoro. Sapeva di essere parte di qualcosa di più grande.
Come facciamo, allora, a trasformare il nostro lavoro quotidiano in una "chiamata"? Proviamo a farci due domande scomode questa settimana:
1. Dove sono i miei talenti?
Dio non fa fotocopie, ognuno di noi è un pezzo unico. C'è chi è portato per l'ascolto, chi per l'organizzazione, chi per la creatività manuale, chi per risolvere problemi logici. La vocazione nasce quando il nostro talento incontra un bisogno del mondo. Non sminuitevi: anche la capacità di portare un sorriso mentre si serve un caffè è un talento immenso che cambia la giornata di chi lo riceve.
2. Chi sto servendo davvero?
Dietro ogni pratica, ogni bullone, ogni e-mail, c'è una persona. Sempre. Se sono un contabile, non sto solo mettendo in fila numeri, sto aiutando un'azienda (fatta di persone) a essere onesta e solida. Se pulisco una strada, non sto solo togliendo rifiuti, sto donando decoro e bellezza ai miei concittadini.
Cercate il volto umano dietro il vostro lavoro. Quando lo trovate, la fatica acquista un sapore diverso: diventa servizio.
Non è un passaggio facile. A volte il lavoro è solo duro, noioso o precario.
Se oggi vi sentite persi o demotivati, provate a non guardare solo le pietre che state spaccando. Alzate lo sguardo. Forse, senza saperlo, state costruendo anche voi una cattedrale.