Alzando gli occhi al cielo, le rigide fronde delle palme ondeggiano come un sonnacchioso saluto che piazza Vittorio riserva ai suoi visitatori. Sforzandosi con l’immaginazione, i suoi giardini (intitolati a Nicola Calipari) assumono i contorni di un paesaggio mediterraneo, con le rovine del Ninfeo di Alessandro (una delle 15 fontana-mostra che coronavano l’arrivo dei grandi acquedotti romani, e voluta dall’imperatore Alessandro Severo) posto ad antica memoria nella piazza, ed eroso dai venti della storia come una delle tante testimonianze sparse lungo quel bacino culla di molte civiltà.
Contraltare a questa oasi, l’architettura assume delle forme atipiche per la città. Le ampie volute dei portici e l’austerità piemontese delle facciate sono infatti un’importazione stilistica avvenuta a seguito dell’insediamento del potere monarchico italiano a Roma dopo i fatti del 20 settembre 1870, giornata che ha visto l’evento della celeberrima Breccia di Porta Pia, la quale sancisce la fine del potere temporale del papato. Ufficialmente denominata piazza Vittorio Emanuele II, prende il suo nome dal primo re d’Italia, il quale dette avvio ad un generale rinnovamento urbanistico – della durata di dieci anni (1873-1883) – che ha investito Roma tramite il piano regolatore Viviani, volto a restituire un nuovo aspetto istituzionale alla neonata capitale post Unità d’Italia. Questo progetto previde anche l’espansione della città verso l'Esquilino – definito come il primo di Roma capitale – , con espropri di circa 20 ettari di terreni agricoli appartenenti alle ville che punteggiavano questa zona non urbanizzata (come Villa Palombara – di cui oggi rimane solo la Porta Magica – o gli Orti Lamiani). Il progetto architettonico volto alla costruzione dei nuovi immobili della futura piazza Vittorio fu affidato (dalla Società Esquilino, società immobiliare che gestì l'operazione speculativa) all’architetto Gaetano Koch, il quale si ispirò alle piazze porticate di Torino (piazza Statuto, piazza Vittorio Veneto), città di provenienza della prima generazione di quella borghesia impiegatizia che andò a formare la struttura burocratica del neo Stato italiano. I lavori, iniziati nel 1880, hanno
In foto il Ninfeo di Alessandro, con i palazzi di ispirazione piemontese sullo sfondo.
portato alla costruzione di portici sormontati da archi e alti sei metri, incastonati in palazzi di 3 piani, e per un totale di 280 arcate lungo la circonferenza della piazza. Se da una parte la struttura estetica architettonica è, appunto, quella “importata” dal Piemonte, altri stilemi vanno ad ibridarsi e ad innestarsi seguendo uno stile più vicino ad una continuità estetica con Roma, ossia il Rinascimento, osservabile ad esempio negli assi di simmetria e nel bugnato per la parte basale degli edifici. Una novità (e rarità) nel paesaggio di una città attraversata da secolari avvicendamenti sociali, culturali e politici.
Gli spazi racchiusi dai portici non sono solo luoghi di passaggio. Con un ulteriore atto immaginativo, è possibile immergerci nell’atmosfera di quella che poteva essere la socialità a cavallo tra fine ‘800 e inizio ‘900. Dalle sverniciate insegne riemerge il ricordo dei caffè letterari e delle botteghe, allora frequentate dai funzionari ministeriali e dai professionisti piemontesi (e non), una piccola porzione di Belle Epoque italiana che ha coinciso con l’età umbertina (1878 – 1900) e l’età giolittiana (1900 – 1914), e terminata con l’ingresso nella Prima guerra mondiale nel 1915.
Oggi piazza Vittorio è ritenuta lo storico cuore multietnico di Roma, un processo che vede la sua scaturigine nella popolarizzazione della zona iniziata in corrispondenza di due macro-eventi legati a doppio filo: i flussi migratori originati durante il primo conflitto mondiale e la conseguente crisi abitativa (che andava ad innestarsi nella metastasi che attanagliava Roma dalla seconda metà dell’Ottocento). Ne riflette Vittorio de Sica nel film Ladri di biciclette (1948) quando i due protagonisti si recano al mercato di piazza Vittorio per tentare di ritrovare la bicicletta oggetto del furto. Il mercato rionale, come si evince da quelle scene, divenne presto uno dei cardini sociali per la vita del quartiere, uno snodo di persone e merci che poco aveva a che fare con l’ambiente alto borghese dei dipendenti ministeriali accorsi nei decenni precedenti. Gli appartamenti signorili vennero progressivamente frammentati – sopperendo marginalmente alla necessità di nuovi alloggi – per lasciare spazio alle numerose famiglie accorse in zona e provenienti da molteplici ceti sociali: dalla piccola borghesia impiegatizia ai proletari delle industrie, passando per coloro che non trovavano una precisa collocazione categoriale.