In ogni officina, in ogni laboratorio, c'è sempre quell'attrezzo che nessuno vuole usare. È pesante, scomodo, difficile da maneggiare. Lo stesso accade, molto spesso, nelle nostre officine umane, i luoghi di lavoro: c'è quasi sempre "quella" persona.
Può essere il collega che si lamenta di continuo, quello che si prende il merito del tuo lavoro, quello che ha sempre una critica pronta o semplicemente quello con cui, per ragioni misteriose, non scatta la minima sintonia. La nostra reazione istintiva è chiara: evitarlo, lamentarcene con altri colleghi, alzare un muro invisibile di cortesia formale per proteggerci. È una strategia di sopravvivenza, comprensibile e umana.
Ma se, nella logica della nostra "Officina dello Spirito", questo collega difficile non fosse un ostacolo, ma lo strumento più importante per la nostra crescita? Se fosse proprio lui, o lei, l'attrezzo più efficace per forgiare la nostra anima?
Il Vangelo è radicale su questo punto. Non ci chiede di amare solo chi ci è simpatico o chi ci ricambia con gentilezza. Ci chiede di amare il nostro "prossimo". E chi è più "prossimo" di colui con cui condividiamo otto ore al giorno, una scrivania dopo l'altra? Quella persona, con tutte le sue spigolosità, è il nostro prossimo concreto, reale, inevitabile. È la cartina di tornasole della nostra capacità di amare.
Certo, è facile a dirsi. Ma come si fa a trasformare la frustrazione in un'occasione di carità? Ecco tre piccoli "esercizi" da provare, tre modi per iniziare a usare questo "attrezzo" scomodo senza farsi male, consigliati da noi per voi.
1. L'esercizio della preghiera segreta.
La prima tentazione è sparlare. La prima mossa della carità è pregare. È un cambiamento di prospettiva potentissimo.
Quando quella persona ti fa arrabbiare, fermati un istante e, nel segreto del tuo cuore, rivolgiti a Dio: "Signore, benedici questa persona. Donagli la serenità. Aiutami a vederla con i Tuoi occhi." Pregare per qualcuno che ci irrita ha un doppio effetto miracoloso: ammorbidisce il nostro cuore e ci ricorda che anche quella persona è un figlio amato da Dio, con le sue ferite e le sue battaglie che noi non conosciamo.
2. L'esercizio dello sguardo che cerca il bene.
La nostra mente tende a etichettare le persone, soprattutto quelle che non ci piacciono. Una volta che abbiamo deciso che un collega è "fastidioso", noteremo solo i comportamenti che confermano la nostra idea. L'esercizio consiste nel forzarsi a fare il contrario: ogni giorno, cerca attivamente una cosa positiva in quella persona. Un lavoro che ha fatto bene, un piccolo gesto di cortesia verso qualcun altro, una competenza che gli riconosci. Questo non cancella gli aspetti negativi, ma rompe la prigione del nostro pregiudizio e ci restituisce un'immagine più completa e umana del nostro prossimo.
3. L'esercizio del piccolo passo.
Gesù ci dice di fare il primo passo. Nel contesto lavorativo, questo non significa fare grandi dichiarazioni, ma compiere piccoli gesti proattivi di gentilezza, non reattivi.
Offrire un caffè, chiedere sinceramente "come stai?" ascoltandone la risposta, fare un complimento onesto su un suo lavoro. Un piccolo gesto inaspettato di carità può disinnescare le tensioni e aprire crepe nel muro dell'ostilità.
Non aspettiamoci risultati immediati. Il collega probabilmente non cambierà da un giorno all'altro. Ma noi sì. Giorno dopo giorno, esercizio dopo esercizio, scopriremo che la nostra pace interiore non dipende più dal comportamento degli altri, ma dalla nostra scelta di amare. E capiremo che quella persona, quell’“attrezzo” così difficile da maneggiare, era proprio ciò di cui la nostra anima aveva bisogno per diventare più forte, più libera e più simile a Colui che ci ha chiesto di amare senza misura.